prima
speciale raggiunsi Paola De Martini forse in difficoltà e
appena la superai persi la ruota davanti. Era cambiata la
squadra, il navigatore ma la terrificante Escort Turbo era
intenzionata a rendermi martire ancora per un po’. Avevamo
perso il bullone che tiene il puntone di reazione della
sospensione anteriore, semplicemente perso per strada, stretto
male, cose che capitano solo a me, pensai amaramente mentre
rientravo in hotel. Ormai era diventata una barzelletta.
All’Elba le cose non andarono molto meglio, riuscimmo a fare
una decina di prove vincendole tutte prima che un semiasse si
torcesse come un bigolo all’anitra. “Lo cambiamo” dissi con
tranquillità a Repetto che guardava mestamente la scena. “Non
ne abbiamo perché non ce li hanno ancora mandati” e così
incassai l’ennesimo ritiro, senza nemmeno arrabbiarmi più.
Ora ci stavamo imbarcando per la Sicilia, sperando che
Qualcuno finalmente guardasse giù e ci facesse portare al
traguardo qull’arnese maledetto.
La traversata durava 26 ore, Genova-Palermo, mi tornava in
mente mia nonna e mio nonno emigrati negli Stati uniti nel
1902 e ritornati verso il ‘20 con una cassa di dollari d’oro
sotto il sedere sulla quale restarono seduti a turno per tre
settimane in modo da custodire il frutto del loro lavoro di 20
anni.
Il primo colpo di scena avvenne dopo sei ore dalla partenza
della nave. Me ne stavo seduto sul ponte al sole a leggere un
noiosissimo libro sullo sfondamento del fronte Isontino nel
1917 quando il traghetto fece marcia indietro. Si girò di 180
gradi e tornò indietro. L’agitazione a bordo aumentò, tutti si
chiedevano cosa succedesse, per molto tempo ci rendemmo conto
che la nave tornava indietro ma nessuno ne conosceva il
motivo. “Avvisiamo i signori viaggiatori che per motivi
tecnici stiamo tornando al porto di Genova” “Toh che ci
ritiriamo anche qui” Addocchiai immediatamente le
scialuppe e i salvagente, pur sapendo che non correvamo rischi
di affondare visto che la nave pareva in ottima salute, ma ad
analizzare le ultime gare era meglio pensarci. Finalmente
entrammo nel porto scortati da due motovedette della polizia,
quando attraccammo fecero mettere tutti vicino alla propria
macchina mentre un nugolo di poliziotti salirono a bordo
chiedendo i documenti a tutti, come nei film americani.
Sotto la nave una squadra di sommozzatori perlustrava la
chiglia, un’agitazione tremenda. “C’è stato un allarme
bomba” disse un poliziotto armato mentre chiedevo gentilmente
il motivo di tutto quel casino. La bomba non fu mai
trovata e nemmeno ci fu, visto che 36 ore dopo attraccavamo a
Palermo, nella meravigliosa Conca degli Aranci.
Quello che succedeva in albergo era sempre un cinema, non so
come non ci avessero buttato fuori l’anno prima quando
buttammo in piscina due camerieri con tutta la scorta di
biancheria, oppure quando entrammo con la lancia antincendio
nel ristorante facendo volare i piatti come fossero di
cartone, gli agguati erano all’ordine del giorno, gavettoni di
tutti i generi anche con sacchi della spazzatura, addirittura
buttammo un materasso in piscina sopra il quale (finchè rimase
a galla) ci si sdraiava a turno fingendo di prendere il sole,
i poveri gestori dell’hotel ci guardavano sgomenti e ogni
tanto pensavamo che perdessero la pazienza chiamando i
Carabinieri o qualche cosca locale disposta a fare del cemento
coi nostri resti.
Provando la macchina Folco e Sghedoni persero una ruota
posteriore finendo miracolosamente illesi dentro un frutteto,
demolirono una ventina di metri di recinzione e passarono
illesi in mezzo agli alberi senza danni. Non riuscimmo a fare
in tempo a rallegrarci dell’accaduto che arrivò il
proprietario del frutteto con la doppietta. Micci ci mise
tutta la diplomazia e un bell’assegno per calmare il picciotto
incazzato “Siete nel mio territorio” diceva minaccioso.
Finalmente alle 22 la Delta S4 di Cerrato Cerri lasciava
rombando le tribune di Cerda gremitissime di folla per
iniziare la prima prova speciale, la Targa lunga quasi trenta
km. La macchina non andava poi male sicuramente meglio
dell’anno prima, stava in strada come il gruppo N visto che
l’assetto era identico, frenava meglio e più a lungo. Repetto
aveva eliminato qualunque cosa fosse inglese come il
complicato ponte posteriore e i braccetti allungati che
facevano andare la macchina dappertutto. L’unica cosa rimasta
era il cambio e il suo malefico leveraggio. Purtroppo ogni
tanto la marcia scappava fuori e per rimetterla ero costretto
a fermarmi e a ripartire, cosa incredibile che mi capitava
almeno una volta a prova speciale. Il fondo viscido
della Targa è una caratteristica che solo chi la conosce può
capire, si scivola dappertutto soprattutto quando si pensa che
la macchina ci stia. “Mio padre ha detto di stare attenta alle
cacche dei somari” Mi disse Prisca Taruffi e suo padre di
Targa Florio (quella vera) se ne intendeva.
Vinsi le prime 6 prove con davanti le 2 Delta S4 di Cerrato e
Tabaton la Peugeot T16 di Zanussi e 5 Lancia Rally 037 e pur
fermandomi ogni tanto in prova riuscivo a difendermi bene
dagli attacchi delle Opel che erano le più titolate del gruppo
A. Dalla prova sette alla undici ebbi dei problemi con
il leveraggio che mi fece perdere qualcosa ma terminai la
tappa in testa al gruppo A con un minuto e sette secondi su
Fabrizio Fabbri che con l’Opel di Conrero andava come un
treno.
Al primo controllo della seconda tappa le due Opel arrivarono
al limite del loro orario. “Che succede alle Opel Carlo”
Chiesi per radio a Micci mentre avevo già il casco in testa ed
ero pronto a partire per la prima speciale della seconda
tappa. “Stanno a lavorà, non fidarte che stanno a cambià
qualcosa” Accidenti me lo immaginavo. Io sono qui per miracolo
divino e ogni chilometro è regalato e loro cambiano
l’iniezione ora mi bastonano.
“Stai calmo e vediamo qui come va” Mi disse Enrico Riccardi
che mi sedeva a fianco mentre la mano del cronometrista si
apriva per darmi il meno cinque. Ero inquieto e guidavo un po’
strappato sempre con l’occhio dietro a scrutare la notte. A
metà prova vidi piombare i fari di Fabbri dietro a me
improvvisamente come una furia scatenata. “Porca puttana ci ha
preso!!” “Ci ha mangiato almeno quaranta secondi” Urlai
mentre lottavo più contro me stesso che contro la macchina.
“Stai calmo e guida” Fu uno shock mi misi a picchiare il
cambio per evitare che le marce uscissero e iniziai a fare
l’impossibile.
Al controllo stop ero affannato con il cuore a 200 e avevo
guardato di più lo specchietto che la strada davanti a me,
perdevamo 28 secondi ce ne restavano ancora 39 ma di quel
passo e da come avevo dovuto fare la discesa di Caltavuturo se
non durava la macchina non duravo di sicuro io. Una
rabbia enorme dentro me e la gara che stava volgendo in una
brutta direzione. “Ora qui a Polizzi o sistemiamo lui o
sistemiamo noi” dissi al mio preoccupato passeggero. Mentre
salivo dalla larga strada pensavo solo a non far uscire le
marce, a volte la tenevo con la mano, soprattutto nelle curve
a destra dove erano più soggette ad uscire.
Mi sparai giù dalla discesa con decisione sfruttando tutto
quello che potevo della povera Escort mai portata a quei
limiti prima di quel momento, con una rabbia enorme.
Recuperammo 15 preziosi secondi e poi nella prova dopo, quella
di Lascari altri 12 a Castelbuono ne perdemmo solo uno e a
Polizzi ancora ne guadagnammo altri 10. Il ritmo era infernale
anche per la rapida successione delle speciali che non
lasciavano respiro. A fine ps 19 il vantaggio era tornato a un
minuto e quindici e la macchina stranamente teneva ancora.
La lotta continuava spietata e nella 21 perdevo 15” più per un
cosciente rallentamento in cerca di tirare il fiato e la paura
che cedesse qualcosa, l’alba iniziava a rischiarare le colline
sicule era l’ora più critica che già mi aveva creato problemi
una volta all’Elba, ero stanchissimo la macchina impegnativa
mi toglieva le forze e Fabrizio era un martello pronto a
picchiarmi nel casco ogni volta che alzavo il piede, spietato,
in forma più che mai.
Mi fermai in un bar a bere un caffè e poi una lattina di Coca
Cola rimedio incredibile contro il sonno e via di nuovo per le
ultime quattro prove, sperando che la ormai stanca Escort ce
la facesse a portarmi in fondo. Guidai molto bene nella 22 e
nella 23 sentendo ormai la vittoria avvicinarsi.
Alla fine della 23 aspettavo come sempre che arrivasse Fabbri
allo stop per vedere che tempo aveva fatto. “Caspita non
arriva più” Diceva Enrico quasi con un senso di
preoccupazione. “Eccolo…ma non è lui questo è Milanesi, si è
fermato… andiamo dai ora possiamo respirare” Mi sembra che
uscì di strada o ruppe qualcosa quando ormai mancavano due
prove alla fine. Tuttavia terminò la gara ma attardato di
quasi 5 minuti. Ormai la via era spianata e mancavano solo due
prove alla vittoria.
Le affrontammo con calma senza sforzare la macchina e senza
rischiare nulla, quasi all’andatura di trasferimento.
Sull’ultima salita dell’ultima speciale improvvisamente la
frizione iniziò a slittare, una doccia fredda, la fine che
beffardamente si avvicinava a un soffio dal traguardo. “Non
riusciamo più a salire, quanto manca” “Meno di cinque
chilometri” “No non ci possiamo fermare qui! Questo no
no e no….!” Ma la macchina si ferma e non sale più, un fumo
azzurro esce dal cofano con un pessimo odore di olio da cambio
che invade anche l’abitacolo. Enrico butta le note sul
cruscotto e quasi inizia a piangere.
“E no questa non me la fai! Enrico allunga la gamba e quando
te lo dico schiaccia forte la frizione!” Gli urlo mentre
scendendo afferro l’estintore a polvere che c’era sotto i suoi
piedi. Apro il cofano e una fumata mi viene addosso quasi a
scacciarmi per impedire il mio intervento. “SCHIACCIA” e pum….una
nuvola di polvere bianca. Do un colpo di estintore dentro al
foro di registro da dove si vede la frizione girare.
“SCHIACCIA” e pum ancora. Gli ributto l’estintore “Tienilo in
mano” risalgo in macchina e ripartiamo senza nemmeno rilegarmi
le cinture dall’eccitazione. La macchina riparte come se la
frizione fosse nuova, tiro poco le marce evitando strappi e in
pochissimo arriviamo al controllo stop perdendo circa un
minuto. La gara era virtualmente conclusa mancava solo
l’ultimo trasferimento di una decina di km.
“Rifacciamo l’operazione dai” Scendo e do ancora un paio
di colpi di estintore….. “Vai adesso e se ti fermi ti carico
in braccio e ti porto sulla pedana” Urlavo come un matto.
Tagliamo il traguardo e vinciamo la Targa Florio in gruppo A
sesti assoluti.
Poche volte in vita mia ho provato una gioia tale, portare la
recalcitrante Escort Turbo Gruppo A alla vittoria in una gara
del Campionato Europeo, dopo una lotta bellissima con un
finale da brivido, forse la più bella vittoria della mia
carriera, credo sia stata l’unica volta che quel modello ha
vinto qualcosa in Gruppo A.
Erano due anni che non vincevo una gara, dal Rally di Teramo
del 1984 e appena scesi dalla macchina mi misi a saltare come
un pazzo dalla gioia, afferrai Repetto e lo sollevai di peso
saltai sul cofano a braccia levate. Avevamo vinto,
incredibilmente. Il trionfo fu completo perché anche
Folco e Sghedoni vinsero il gruppo N. La macchina andò in
verifica e mi feci riaccompagnare in hotel dal pulmino dei
piloti Audi. “Me lo avevate detto” Disse ad un tratto il loro
direttore che era al volante. “Me lo avevate detto ieri sera
che oggi andavate a prendere Caneva… ma non mi avevate detto
che lo prendevate per portarlo in albergo” Disse ridendo e
giocando sul doppio senso della frase.
Mi lasciai cadere sul sedile e in un attimo assaporai quel
bellissimo momento, sembrava perfino che l’Escort fosse
diventata una bella macchina
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