bruciata dal
sole, poi via via che ci avvicinavamo alla meta queste si
alzavano fino a dare l’impressione che il gigantesco aereo
andasse a tuffarsi nel centro della città millenaria.
L’Acropoli ci guardava dall’alto di una collinetta, con la
stessa sufficienza con cui un vecchio re guarda degli intrusi
fracassoni che disturbano il suo maestoso ed eterno sonno.
La gara a quei tempi era
forse una delle più belle e dure del mondo, un rally con ritmi
pesantissimi dove anche i tratti di trasferimento facevano
classifica e dove i settori a “zero” facevano compiere imprese
leggendarie a tutti i partecipanti solo nell’intento di non
pagare penalità, una vera Mille Miglia su terra.
I minuti di penalità a quei tempi contavano 60 secondi e i km.
di prova speciale erano circa ottocento tra strade
impossibili, sentieri stupendi, dirupi da brivido e tratti
bellissimi che ancora oggi ricordo con velata nostalgia.
Gia’ durante le ricognizioni la vita si presentava dura, il
furgone non riusciva a seguirci per tutto il tragitto e
percorrevamo tratti scoperti molto lunghi, la benzina era il
problema più grosso e le rotture meccaniche erano l’incubo
ricorrente, non esistevano comunicazioni e le radio coprivano
quello che potevano, se la vettura si rompeva seriamente erano
problemi seri anche andando via in coppia come facevamo
sempre.
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Ci
trovavamo in mezzo ad un posto sperduto quando sulla
vettura del mio compagno di squadra si ruppe un braccio
posteriore della sospensione, una pietra lo spezzò come
fosse un biscottino. Nella Delta erano in lamiera
stampata, fragilissimi, bastava una pietra e zac la ruota
si apriva e restavi lì.
Il sole stava per sparire dietro a due enormi montagne e
non restavano molte soluzioni se non tentare una
riparazione di emergenza.
Un paletto di legno, un po’ di filo di ferro e decine di
giri di nastro da imballaggio, fu la ricetta che ci
permise di ritornare in albergo e non risultare dispersi.
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Il giorno dopo ci trovammo a
corto di benzina in un posto altrettanto sperduto, ci fermammo
in mezzo ad alcune case che escluso il rally dell’Acropoli e
forse la seconda guerra mondiale non avevano mai visto altra
gente che lo sparuto gruppo di pastori che vi dimorava.
Loris e Gigi Pirollo contattarono senza sapere una parola di
nessuna lingua, un tipo che stava fuori da una casa, si
parlavano come Tarzan, Cita e uomo bianco e ovviamente la
faccenda non sembrava produrre alcun esito, anche perché era
veramente un posto perso nelle montagne.
“Se non troviamo benzina ci tocca dormire qui e farci prestare
un gregge da pascolare finchè qualcuno non ci trova”
Loris parlava in veneto al tipo e Gigi sembrava un sordomuto
che agitava le mani, mescolava parole in ogni lingua.
Ad un certo momento il tipo si infila due dita in bocca e fa
due fischi fortissimi. Da una baracca che ottimisticamente
possiamo chiamare casa uscì una signora, alta forse un metro e
cinquanta e del peso di qualche tonnellata, barcollando costei
si avvicinava a noi con un bidone verde che faticava a
trasportare.
Lo consegnò a quello che penso fosse suo marito, il
fischiatore insomma, il quale non si era ancora mosso dalla
posizione rilassata che aveva al nostro arrivo, all’ombra di
un albero con alcuni amici a bere qualche schifezza locale.
Il bidone fu issato col nostro aiuto sul tetto della Delta e
la signora mi passò un tubo, facendomi segno di infilarlo
dentro il fusto. Una volta entrato la signora afferrò il tubo
e tirò forte con la bocca aspirando la benzina e quando questa
uscì fu infilata immediatamente nel vorace serbatoio ormai
arso come un campo in estate. Mentre stavano riempiendo la mia
macchina, la signora ricomparve con un altro bidone che
mettemmo sopra la Delta di Alex. Quando la signora mi diede il
tubo, lo infilai tutto nel bidone riempiendolo di benzina e
poi tappandolo con il dito estrassi la benzina senza aver
bisogno succhiare e di berne inevitabilmente un poca come
spesso succede.
La signora ed il marito restarono stupefatti, per anni avevano
bevuto benzina senza sapere che esisteva un modo così semplice
per non farlo.
Il giorno dopo quando ripassammo di là ci fermarono, la
signora ci aveva preparato una torta come ringraziamento.
La mangiammo seduti sugli scalini della casa parlando sempre
come Tarzan, Cita e uomo bianco…
Le mura
dell’Acropoli erano ancora lì quando partimmo per la gara,
l’alba gialla e intorpidita salutava lo scendere dalla
pedana delle prime vetture.
Ognuno di noi aveva un poliziotto che a tutta velocità e
con le sirene spiegate ti accompagnava fuori dal caotico
centro della città greca. Era quasi difficile stargli
dietro da tanto andava forte e una volta giunti in un
punto stabilito costui ti salutava con un’impennata, si
rigirava e tornava a prendere un altro equipaggio.
La prima prova speciale, disputata il giorno prima
nell’arena di Lagonissi l’avevamo vinta di poco. Alla
vista del cartello giallo di preavviso fine prova avevo
mollato come un tonto, pensando che finisse lì, “Vai, Vai,
Vai” la voce agitata di Loris mi fece rinvenire
accorgendomi dell’errore, scalai una marcia e finii la
prova.
Ripensavo a questo mentre entravamo nella prima speciale
vera del rally, una pietraia mai vista nella quale l’anno
prima diverse vetture erano rimaste irrimediabilmente
danneggiate. |
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Avevamo preso la gara con il
passo giusto per terminarla e dopo alcune prove avevamo
davanti a noi solamente un greco con una Delta, dietro Alex
Fiorio, poi altri equipaggi non molto importanti, la selezione
si era fatta subito, il greco sapevamo che sarebbe durato
poco, la Lancia aveva quaranta tra furgoni e mezzi veloci
dislocati in ogni inizio e fine prova, uno spiegamento
imponente che nessuno poteva nemmeno avvicinare.
“Dovete stare molto attenti perché abbiamo i braccetti
anteriori di serie, si piegano e si rompono facilmente” Ci
disse sinistramente Bortoletto prima di partire.
Pensavo che la scelta fosse dettata da una precauzione
regolamentare per la prima parte di gara e che poi ci avessero
messo qualcosa di più robusto, vista l’assoluta impossibilità
per quel tipo di braccio di affrontare la gara greca. Anche
nel rally più stupido si sapeva che le Delta avevano dei
bracci rinforzati, si piegavano perfino sull’asfalto, il
regolamento di allora ovviamente non li prevedeva ma li
avevano tutti, anche perché erano talmente ben fatti che era
impossibile vederli senza avere il pezzo in mano.
Non mi curai molto del problema affrontando con la massima
precauzione ogni buco che nella stesura delle note avevamo
curato più della difficoltà delle curve.
“La macchina non sta più in strada, va dappertutto” La voce di
Alex irruppe nelle cuffie appena dopo l’ultima prova della
prima tappa.
“Vieni giù all’emergenza siamo appena sotto” Rispose
immediatamente il furgone.
La mia macchina non aveva problemi sembrava appena scesa dalla
bisarca per cui mi spostai al servizio successivo per lasciare
loro lo spazio per lavorare.
Quando lui arrivò chiesi a Gigi che cosa avessero rotto e che
questo fosse cambiato anche nella mia macchina per
precauzione.
“No non era niente, solo la scatola guida allentata”
“Un tirante dello sterzo lasco” disse qualcun altro.
Poi dopo alcuni minuti saltò fuori invece che vennero cambiati
i due bracci anteriori.
La seconda tappa partiva presto al mattino, ci si spostava
verso il nord per finire a Kamena Vourla a circa duecento km
da Atene.
Il greco che ci era davanti come previsto si fermò, ruppe il
solito raccordo della pompa di benzina, guasto obbligatorio
per chi usava il serbatoio di serie, invano venne ad implorare
ai furgoni un aiuto, lo guardavano tutti come fosse un
lebbroso.
“Ma è sempre una Lancia” Gridava invano a tutti quelli che gli
capitavano a tiro.
Mi fece una pena tremenda ma dopo tutto il suo ritiro mi
consegnava la testa della classifica senza nemmeno fare
fatica, lo avevamo previsto era solo durato qualche prova di
più del pronostico.
Alex aveva rotto il cambio nella prima prova della seconda
tappa, era rimasto in terza o quarta ma continuava con mille
difficoltà e a velocità molto ridotta, dietro a noi
praticamente più nessuno, avevamo vinto già da metà gara, la
macchina era perfetta.
Al riordino di Itea sotto una calura tremenda Loris dal
tavolino dei cronometristi mi fece segno con le mani che
avevamo una ruota chiusa.
“Un braccetto che si è piegato” diceva mentre si allacciava le
cinture, “Lo facciamo cambiare subito” prese in mano la radio
e chiamò l’assistenza.
Iniziavamo poco dopo un tratto di circa ottanta km
praticamente senza assistenza e con tre settori a zero.
“Secondo me anche se è piegato un po’ non si rompe, lasciamo
stare, facciamolo stasera quando abbiamo un ora, tanto andiamo
piano”
Litigammo e come sempre aveva ragione lui, però non so perché
ma avevo paura che toccassero la macchina, andava tutto troppo
bene.
“Vi aspettiamo al punto 34 dopo la prossima prova, faccio
convergere la veloce il furgone e l’elicottero” Fu la risposta
di Bortoletto dall’elicottero.
Il pilota dell’elicottero atterrò in un punto incredibile
infilandosi sotto i fili della luce con una maestria mai
vista, un vero capolavoro.
I meccanici del furgone avevano appena iniziato a togliere il
paracoppa quando furono rilevati dai due dell’elicottero, i
migliori del team. Scesero a testa bassa con una piccola
cassettina dei ferri in mano quasi correndo.
“Quanto abbiamo qui” chiesi a Loris.
“Diciotto minuti”
Mi buttai all’ombra tranquillo aspettando che finissero il
lavoro, ma qualcosa non andava. “Dai ragazzi fate questo
miracolo” Disse ad un tratto Bortoletto facendomi sobbalzare
dall’ oblio in cui ero perduto quasi assaporando la vittoria
che stava per arrivare.
“Miracolo? Che succede!” “Tre minuti ragazzi” urlava Loris
mentre in giro c’era ancora di tutto.
“Ma cazzo, ieri avete cambiato tutti e due i bracci ad Alex in
dieci minuti e adesso fate pagare me, con diciotto minuti a
disposizione?”. Nessuno parlava ma avevo la sensazione che ci
fosse un modo di lavorare strano o perlomeno non abituale per
quei meccanici fantastici. “Iniziamo a pagare, salta su e
metti le cinture svelto!” urlava ancora Loris.
“Porca puttana ma tutte a me capitano?”
Finalmente la macchina ricadde sul terreno con le due gomme e
il braccio nuovi.
Il c.o. era a duecento metri e pagammo tre minuti.
“Non fa niente siamo sempre in testa penso… dai andiamo, non
riesco a capire come sia potuto succedere, sono i migliori”
Esclamò Loris scuotendo la testa mentre con l’indice picchiava
nervosamente il tripmaster elettronico per azzerarlo.
Neanche duecento metri dopo l’inizio prova, subito dopo un
tornante la ruota si apre, proprio l’anteriore sinistra quella
su cui era stato effettuato l’intervento. L’elicottero era
sopra di noi, ci guardavano da non più di venti metri.
Scesi e mi buttai sotto per vedere che era successo.
“Qui pare che si sia sfilato il bullone che tiene la testina
al montante, venite giù un attimo ci mettete due minuti”
“Non possiamo atterrare dobbiamo andare via per seguire le
altre macchine siamo in ritardo…”
“Buttateci almeno i ferri lo rimettiamo noi!” Non ottenni
nemmeno una risposta mentre l’elicottero virava tra il
polverone, alzandosi e puntando verso l’enorme lago che ci
guardava immobile nella calura estiva. Lo stomaco si contrasse
quasi in un conato di vomito. “Ma non potete lasciarci qui con
il rally vinto” Urlò Loris alla radio.
“Quando sono passati tutti il furgone vi recupererà, tornate
in albergo noi andiamo via…”
Guardai bene e pochi metri prima trovai il bullone in mezzo
alla strada, bello nuovo, sfilatosi perché non era mai stato
messo il dado che lo doveva bloccare.
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Passarono
lentamente tutti, ci guardavano e sicuramente pensarono
“uno in meno” poi venne il furgone, non so ancora perché
ma ci cambiò il braccio nuovamente, forse un riflesso di
rabbia anche del meccanico che aveva assistito impotente
alla scena. Da solo ci mise meno di dieci minuti,
prendemmo la direzione di Atene con una rabbia enorme, la
macchina era perfetta nemmeno il volante storto.
Sul Corriere della sera e su altri quotidiani scrissero
che mi ero ritirato dopo aver staccato una ruota a causa
di un maldestro atterraggio dopo un salto…
La verità invece era un’altra.
Alcuni anni dopo in un ristorante di Sanremo cenai con
alcuni meccanici che direttamente o indirettamente erano
stati presenti a quel fatto. |
“Guarda” mi disse sottovoce
uno di loro “Sappiamo tutti com’è andata, tu quella gara non
la dovevi finire altrimenti non c’era la scusa per lasciarti a
casa dopo, sai come funziona no?”
Il mare lì fuori stava quieto, come il lago quella volta,
guardai la luna accesa e bianca come le mura millenarie
dell’Acropoli, un sospiro e quasi una lacrima ad avallare i
miei sospetti di sempre, la vita aveva già girato pagina, i
ricordi spesso tornano nelle notti tormentate quando si
immagina come in un film cosa sarebbe stato se le cose
avessero seguito il loro corso...
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