La Citroen aveva prodotto una versione a trazione
integrale della Visa Crono anche questa in gruppo B, ne uscì
una vettura interessante ma l’unico particolare che fu
realmente una brutta idea fu il motore, avevano mantenuto il
vecchio 1.360, portato a 1.440 c.c. a carburatori, che a
sudare 12 camicie e misurato con banchi piuttosto generosi,
dava forse più o meno 140 cv. Tuttavia nonostante questo
handicap, in qualche occasione la piccola “béte” rompeva le
tasche a vetture ben più potenti permettendomi di prendere
anche qualche bella soddisfazione, come ad esempio la prova
speciale vinta al Piancavallo davanti a tutte le Lancia
Rally 037.
Purtroppo il campionato Open, il CIR di allora, quell’anno
disputava gare estremamente lunghe come mai fu nella storia
dei rally e la piccola vettura ad un certo punto alzava
irrimediabilmente bandiera bianca, semiassi, differenziali,
ripartitori di coppia e quella volta a Sanremo fu anche una
circostanza piuttosto sfortunata a fermarci in una delle
gare più importanti del panorama rallistico.
La notizia arrivò come
sempre per telefono, la Citroen Francia mandava a Sanremo i
suoi tre piloti ufficiali e noi ovviamente con la vettura
della filiale italiana (curata da Nocentini) dovevamo per
forza star davanti a loro, era una questione di orgoglio.
Rio, Chomat e Wambergue neanche mi guardavano mentre
scendevano dai loro muletti perfettamente identici ai gara,
loro viaggiavano con il naso per aria, un po’ come fanno
tutti i francesi nei riguardi dei cugini (poco amati)
d’Italia.
Mi presentai nella hall di un mediocre hotel ligure e
addirittura uno dei tre si girò dall’altra parte fingendo di
non vedermi cercai di salutare cordialmente, ma si vedeva
che già si sentivano superiori.
Si parlava di una BX gruppo B da assoluto e la voglia di
saltarci su era grande per tutti.
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Andammo molto male con le
ricognizioni della terra, il nostro muletto che aveva
fatto tutta la stagione precedente ed era ormai alla
frutta ci piantò a Monte San Savino, si ruppe una
forcella del cambio quando non eravamo riusciti a vedere
tutte le prove speciali, ce ne mancavano alcune nuove
dalle parti di Arezzo. Provai di tutto, ma nessuno era
in grado di aiutarmi, Brugnotti della Citroen-Italia che
bombardai al telefono si può dire notte e giorno si
impegnò moltissimo a reperire il pezzo mancante |
e a farlo arrivare
con sollecitudine all’officina dove eravamo fermi, ma
passarono due giorni e il nostro piano ricognizioni andò a
monte, dopo tre giorni dovevamo essere a Sanremo per le
verifiche, non ci restava proprio il tempo.
Quando ci presentavamo in
qualunque autonoleggio e vedevano i nostri nomi ci ridevano
in faccia. “Mica siamo grulli a dare una macchina a voi” Ci
rispondevano, capendo chiaramente che fine avrebbe fatto la
loro povera auto. Inoltre la squadra non ci avrebbe dato i
soldi per noleggiare la macchina e noi con i nostri non
saremmo neppure riusciti a rientrare in treno.
Alla fine riuscii a commuovere un privato che mi diede il
Transit di un albergo, sotto minaccia di morte se avesse
trovato anche solo un granello di polvere sotto i passaruota,
“Promettete che non andrete nelle speciali!” Tuonò
minacciosamente dandoci le chiavi.
Ovviamente, dieci minuti dopo eravamo già a fare le note
delle prove che ci mancavano, addirittura di notte per
recuperare il tempo perduto e non farci vedere dal solerte
noleggiatore sempre in agguato a seguire le nostre mosse,
ricordo bene che tra i fari che non illuminavano un bel
nulla e le strade piuttosto complicate riuscimmo a fare a
malapena un confuso passaggio.
Furono due giorni da incubo ma la cosa più difficile fu
lavare perfettamente il malefico furgone per togliere ogni
traccia di sterrato. Non mi era mai capitato di provare un
rally in un furgone, ma vi assicuro che l’esperienza non è
delle più belle, il povero Loris con la pila in bocca
scriveva le note, l’accensione della luce interna offuscava
quel poco di fari che esistevano, oscurando la già precaria
visibilità.
Quel Sanremo aveva la solita cinquantina di prove speciali
che per la maggior parte non si ripetevano e noi eravamo
partiti tardi a provare per una discutibile politica di
risparmio che quell’anno era saltata fuori improvvisamente
nella gestione della squadra.
La parata di vetture al via
era imponente, le bellissime Audi Quattro corte in livrea
HB, una valanga di Lancia tra Martini, Totip, Olio Fiat,
Goldie... e le due bellissime Peugeot T16 di Vaatanen e
Nicolas spiccavano dietro le transenne del parco chiuso
mentre aprivo le porte della Mille Piste per mettervi dentro
i caschi, preparandomi all’emozionante rituale della
partenza. Il Sanremo aveva sempre portato bene e nei due
anni precedenti avevo piazzato un decimo ed un undicesimo
assoluto con la due ruote motrici risultati molto importanti
anche perché davanti avevamo solo dei mostri irraggiungibili
con i nostri mezzi, risultati che avevano fatto gridare al
miracolo e che mi avevano fatto conoscere al grande pubblico
che allora seguiva numeroso le gare.
Il rumore dell’Audi corta
era a dir poco una sinfonia e sentirlo salire da Carpasio
verso il Colle d’Oggia inseguito dal metallico ronzio delle
037 mi emozionava tantissimo, lo ascoltavo mentre preparavo
il casco e il sottocasco per salire a mia volta lassù in
mezzo a migliaia di spettatori affrontando il giudizio del
cronometro e degli esperti assiepati in massa. Credo che
quegli anni siano stati in assoluto gli anni con la maggior
presenza di pubblico, non ho mai più visto nemmeno la minima
parte di quella incredibile marea che si riversava sulle
speciali.
La salita di Carpasio fino
al colle è sempre stato un supplizio per chi come me aveva
pochi cavalli, ma poi quando si entrava in quella sinistra
che chiude prima del colle e davanti allo sguardo si
presentava il bivio e il canyon del colle d’Oggia costellato
di migliaia di persone accampate, l’adrenalina saliva a
livelli pazzeschi e l’idea di buttarla giù dalla discesa di
Ville diventava una necessità di rivincita per quello che si
era patito durante l’orrenda salita e ci si sparava pieni
pelando i muretti e poi il vuoto, poi l’abbeveratoio dove si
scivola ancora adesso e la staccata una lotteria, con un
asfalto vecchissimo che si sgretolava, il bosco con le sue
insidie e le curve che ingannavano chiudendo viscide e poi
più giù le gomme fuori, i freni che mollavano e il cercare
di tenerla a tutti i costi fino al tornante a sinistra dove
immediatamente dopo con sollievo finiva la prova.
“Come siamo andati” dissi a
Loris ansimando, mentre lui dava la tabella allo stop
attraverso il piccolo finestrino quadrato scorrevole che
tanto faceva gruppo B, il sudore entrava da sotto il casco
negli occhi bruciando un po’ e lo asciugavo con lo
scamosciato dei guanti.
“Bene, bene! Siamo andati forte…” Disse senza scomporsi come
di sua abitudine, mentre facevo indietreggiare lentamente la
piccola Mille Piste per non bruciare i freni che fumavano e
puzzavano in maniera impressionante.
“Credo che sia un bel tempo, ora andiamo svelto” prendeva la
radio e comunicava che avevamo terminato la prova senza
problemi, si saltava l’emergenza, solitamente un Break con a
bordo due meccanici onnipresenti che ci seguivano con mille
acrobazie fino al furgone di inizio prova e lì si faceva
assistenza per tutti i minuti che c’erano di anticipo,
calcoli sempre macchinosi, ma che i navigatori “giusti”
facevano con incredibile precisione lavorando ad ogni bivio
del road book e permettendo gli interventi fino all’ultimo
secondo.
Quattro/cinque prove in rapida successione e poi un po’ di
tempo in più prima di affrontare la lunga trasferta per la
Toscana.
In quella gara avevamo anche l’equipe medica che ci seguiva,
ma più di qualche bustina effervescente non prendevo, poi in
toscana quando davvero servivano non si videro più…
“Come siamo messi Loris?”
“Bene, bene il primo francese è Wambergue a un minuto e
quindici, solo sulla prima gliene abbiamo attaccati ventuno”
“Per fortuna che dicono che sia una macchina solo da terra”
ridacchiava Mauro Nocentini orgoglioso del lavoro fatto, in
effetti tutti erano stupiti dei tempi che avevamo fatto sul
prologo ligure.
“Sulla terra sarà più difficile, conosco meno le prove e
alcune non le ho nemmeno viste, loro hanno consumato le
strade con i muletti, se solo avessimo avuto qualche giorno
in più invece che provare con quel cazzo di Transit.”
Polemizzavo con Verini che fumando la pipa fingeva serio di
non sentire.
E terra fu, l’alba
rosseggiava dietro l’hotel Continental a Tirrenia nel quale
eravamo riusciti anche ad avere una stanza per due ore, il
tempo necessario per cambiare gli ammortizzatori e poi via
Santa Luce, Riparbella, Ulignano, Palagione e via più giù La
Selva, Casole, Chiusdino, Anqua, Radi, Murlo, Montalcino,
Buonconvento e molte altre che purtroppo non ricordo più,
fino allo stop serale a Siena in piazza del Campo, una
giornata intensissima fatta di prove in successione,
ingorghi galattici, si arrivava coperti di terra, con gli
occhi che bruciavano e le mani che dolevano dopo 16 ore
filate di rally vero, con un solo riordino, senza mangiare,
bevendo solo acqua e senza dormire dal giorno precedente.
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Le classifiche arrivavano
una volta ogni tanto, ma Loris che era un vero
navigatore sapeva i tempi di tutti in ogni momento, era
incredibile lui scendeva dalla macchina e in pochi
minuti aveva la classifica in matita su quei fogli
prestampati dell’Olio Fiat che solo quelli “giusti”
avevano. Quando passammo sulla pedana nella celebre
piazza del Campo stupendamente illuminata eravamo decimi
assoluti, primi dei “normali” con il primo francese,
Chomat a più di un minuto, avevamo tenuto bene
nonostante un |
inconveniente in un guado
dove la macchina aspirò acqua dalle trombette e borbottò a
due e tre cilindri per tutta la prova, rischiammo anche di
fermarci appena fuori dall’acqua perché si spense e solo
dopo ripartì miracolosamente lasciando lì un minuto però.
Anche sulla terra facendo il saldo li avevamo messi dietro.
Rio, quello più forte sullo sterrato, dopo tre prove in cui
aveva tentato un attacco l’aveva ridotta male e Wambergue
era più indietro e non riusciva a tenere il nostro passo.
Davanti a noi Nicolas con la T16 dietro Grissmann un ex
sciatore con un Audi quattro ex casa ancora colorata HB che
non andava per nulla piano e via via tutti gli altri.
Mi fece un effetto strano vedere Nicolas che partiva un
minuto davanti a me con quell’aereo e la differenza di
accelerazione nella partenza tra il suo mostro e il mio
“Girmi” mi lasciava avvilito ogni volta che lui lasciava il
pedale della frizione.
Verso la fine della tappa trovammo anche il tempo di
prendere un palo della luce sulla portiera.
Il fondo velocissimo della prova di Buonconvento aveva già
fatto una vittima illustre, Vuda e la sua 037 si erano
polverizzati nello stesso posto dove Zanussi l’anno prima
aveva disintegrato lo stesso tipo di vettura. Quando
arrivammo si vedevano solo pezzi di plastica in giro,
sembrava la scena di un disastro aereo, la cellula della
Lancia rally sembrava una palla senza più nulla attorno, noi
passammo in tromba, vedendo che già c’era della gente e
nessuno segnalava problemi.
Poi proprio sul finale della prova su una sinistra lunga, mi
scappò di piatto e colpimmo il palo con la posteriore
destra, in mezzo ad almeno 5.000 spettatori che urlavano
eccitati. Non ci costò molto e anche come danni non fu
nulla, ma mi accorsi che le note in quelle prove erano
davvero poco precise erano quelle che avevamo stilato col
furgone, e per la tappa del giorno dopo ero sicuro in una
rimonta di Chomat che partiva un paio di numeri dietro a
noi. Lì avremmo dovuto cercare di tenere un passo senza
esagerare per poi tornare verso Pisa e di seguito a Sanremo
dove avremmo regolato i conti sull’asfalto.
“Anche se ci prende e ci passa lo riprendiamo poi in
Liguria, nelle Ronde lo facciamo secco come abbiamo fatto
gli anni scorsi con gli altri due, lascia che vada…” La
saggezza di Loris non trovava obiezioni e in effetti mollai,
tanto che il francese si avvicinò di molto.
“Ora occhio che questa non la conosciamo per niente, vai
piano perché è l’ultima della serie” Mi raccomandò alla
partenza della prova di Ciggiano, una prova inserita per il
primo anno e che poi restò e diventò una classica della gara
per molti anni.
In effetti partii con un passo simile a quello che avevo
tenuto prima senza curarmi troppo del francese, ormai le
prove di terra stavano per terminare e poi in Liguria sapevo
cosa potevo fare eravamo molto ottimisti ma forse poco
concentrati per il voluto rallentamento.
A circa metà prova c’erano
dei salti sui quali si arrivava in pieno e su uno di questi
la vettura si sbilanciò rimbalzando verso l’esterno, non li
avevo valutati bene con il furgone e di notte, non li avevo
nemmeno segnati sulle note, la macchina prese il primo,
atterrò sul secondo e rimbalzò di traverso, non sarebbe
stato un grosso problema se all’esterno della curva non ci
fossero stati due fotografi che stavano riprendendo la
scena.
Lì colpii entrambi buttandoli in mezzo agli arbusti.
Subito non mi resi neanche conto di quanto accaduto e cercai
la retromarcia per da lì uscire e rientrare in strada, ma
immediatamente dopo Loris disse:
“Fermati ne abbiamo presi due!” Avremmo potuto ripartire con
una perdita di tempo ridicola ma il fatto di aver investito
due persone mi sconvolse.
Cercammo di renderci conto
della situazione che al primo momento sembrava drammatica
“Vai e ferma la prova fai arrivare l’elicottero svelto!”
Sul ciglio della strada alcune persone alle quali chiesi
invano di aiutarmi a girare uno dei due che stava per
soffocare, nulla, nessuno mosse un dito, anzi ci
fotografavano indisturbati…
Loris tentò di fermare Grissmann ma questi nemmeno si
accorse di lui e a momenti lo travolse, Chomat invece se ne
accorse molto bene, tanto che rallentò e passò attorno a
Loris che invano cercava di fermarlo, per riprendere la
corsa più forte di prima, passò anche un altro tedesco che
ora non ricordo chi fosse e finalmente Loris riuscì a
fermare Raineri che era il primo italiano dietro a noi, con
la radio chiamò immediatamente l’elicottero della Lancia e
solo grazie a questo pronto intervento i due ebbero i
soccorsi che immediati.
Un diluvio si riversò
sull’ultima tappa, mentre stavo da Dall’Ava a cenare con
Tiziano Biasioli e signora titolari dell’agenzia cui i
fotografi facevano parte, avevano voluto starmi vicino,
furono davvero importanti per farmi superare quel brutto
momento, fuori le due ronde si disputavano sotto un diluvio
universale.
Rohrl e Cerrato picchiarono duro nella discesa che va a
Perinaldo, Vaatanen nella stessa pozzanghera si girò e ruppe
tutti i fari ma se la cavò e vinse la gara, anche la fortuna
gioca sempre la sua parte in tutte le gare del mondo, cieca
e sadica protegge i potenti e castiga i poveri.
Da casa, con rabbia e
malinconia guardavo i giornali con le foto del biondo
finlandese che si beveva il solito bicchierone di latte, a
conti fatti avrei potuto acciuffare un settimo/ottavo posto
assoluto, anche perché tutti e tre i francesi si fermarono,
Chomat ruppe il motore subito dopo il mio ritiro e Wambergue
il ripartitore di coppia sull’asfalto finale, ma in ogni
caso era troppo indietro per darci fastidio.
Se solo non avessimo provato con il Transit probabilmente le
cose avrebbero preso una piega del tutto differente,
permettendomi di valutare meglio quei salti.
Fu l’ultima gara con la Citroen dopo tre anni stupendi fatti
di grandi risultati, andai alla Ford che da tempo mi
schiacciava l’occhiolino.
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L’incidente fu una delle
cause che ruppero quell’equilibrio piuttosto precario
che si era creato durante la stagione a causa della loro
scelta di mettere tutte le risorse per cercare di
perseguire un inutile quanto banale campionato femminile
e non di sfruttare al massimo la potenzialità di quella
vettura che faceva entusiasmare il pubblico e piazzava
zampate clamorose, feci solo cinque gare con un unico
arrivo il terzo assoluto di Teramo, tranne a Sanremo la
vettura si fermò sempre per problemi meccanici,
|
ma non prima di aver segnato
tempi incredibili, ancora oggi il pubblico che allora
seguiva le gare si ricorda di me e della piccola Mille
Piste, fu una grande occasione perduta. |
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