Miguel è là che
ci aspetta, vestito nella piena tradizione argentina,
magrissimo ma con l’espressione delle persone buone.
Miguel è il padrone delle Dune, suo padre arrivò in quella
terra incredibile verso i primi anni ‘40 da chissà dove,
“Vide questo posto e gli piacque, si installò e morì alla
veneranda età di 116 anni dopo aver avuto 19 figli da due
mogli diverse, la seconda la sposò quando lui aveva 50
anni e lei 15” Miguel non è l’ultimo dei fratelli ma
assicura che l’ultimo fu concepito dal “papi” dopo i 90
anni. Ora Miguel è arrivato all’appuntamento con il
cavallo, non ha altri mezzi di trasporto e sogna una
“camioneta” è partito alle 7 per attraversare le dune e
trovarsi dopo 3 ore con noi e guidarci a passare quello
che lo scorso anno fu l’ecatombe della Dakar. Siamo
partiti ieri da Mendoza, io e Claudio un amico argentino
che di professione fa l’assicuratore e che la Dakar non sa
quasi cos’è, io di fare il pensionato agli arresti
domiciliari non ne ho voglia e dopo un sopralluogo con
Tiziano Siviero che conosce la zona meglio degli Dei
Pehuenche (antico popolo indiano abitante la zona) ho
deciso di attraversare le dune a tutti i costi anche da
solo.
Partiamo presto al mattino districandoci nel traffico
mattutino con destino San Raphael, la giornata è come
sempre splendida, il nostro primo obiettivo è arrivare
alla casa di Miguel (che si trova in una zona perduta
inimmaginabile) avvisarlo che l’indomani tenteremo di
passare le dune e quindi avere almeno qualcuno che ci
verrebbe a cercare nel caso che ci restassimo dentro.
La sfida del primo giorno è quella di arrivare da lui
passando per una parte del deserto che pare davvero
impegnativa, le mappe praticamente non esistono e anche
guardando Google earth non si trovano i passaggi, qui il
terreno cambia in continuazione e la foto satellitare di 3
anni fa o più non è assolutamente affidabile. Predispongo
un itinerario di massima sul GPS cercando i punti dove si
può passare e partiamo per la traversata. Prima sorpresa
dopo pochi km un bel cancello di legno chiuso con un
lucchetto, giriamo e tentiamo un’altra via, ma anche qua è
chiuso con il lucchetto. Entra in azione il piano 2. Già
vedo Claudio con una faccia preoccupata pensando che la
nostra prima traversata fallisca causa cancello chiuso.
Scendo e dopo una rapida occhiata sfodero la valigetta
azzurra dove tengo ogni tipo di utensile, un martello e
una chiave da 13 e il cancello viene smontato, sfiliamo il
lucchetto, passiamo e lo rimontiamo. Il terreno pare
discreto, molto sabbioso, ogni tanto un piccolo rio secco,
ogni tanto la strada manca del tutto e passiamo tra le
sterpaglie desertiche, ma tutto sommato si va, mi rendo
subito conto che la traccia del GPS la posso anche buttare
perché ogni volta che dico “Ecco ci siamo! Si gira dalla
parte opposta”, all’inizio la preoccupazione più grossa è
quella di non tornare indietro e smontare un altro
cancello, la voglia di andare avanti è tanta. La Casa di
Miguel dista circa 20 km in linea d’aria, ma dove stiamo
andando non è la direzione giusta, facciamo una specie di
angolo di novanta gradi, con i due lati di sei km la
strada diventa stretta con pietre e molta sabbia. Ad un
certo momento ci troviamo ad un bivio, a sinistra una
strada impestata dove gli arbusti sono cresciuti in mezzo
alla strada e pietre di grosse dimensioni affiorano un po’
ovunque e davanti una salita sabbiosa che scollina dopo
pochi metri in un salto che porta in un fiume secco di
grosse dimensioni. Scendiamo e andiamo a vedere, fa
caldissimo e la sabbia rende ogni passo pesante. Claudio è
vestito da “Messa ultima” con scarpette e camicina, aveva
avuto un appuntamento a San Raphael che avevamo fatto
coincidere con il viaggio e poi non ha avuto il tempo di
cambiarsi. Se saltiamo nel fiume non potremo più risalire
nel caso non ci siano altri sbocchi, se andiamo a sinistra
ci pianteremo al 99% da qualche parte, in poche parole se
vado avanti dovrò andarci per sempre perché tornare
indietro sarà impossibile. Devo salire la piccola salita
con molta sabbia e poi buttarmi di volo nel letto del
fiume oppure torniamo a casa. Abbasso un po’ la pressione
delle gomme per poter avere più sensibilità nella sabbia e
quindi mi calo nel fiume in maniera piuttosto
spettacolare, il fondo è ghiaioso e si fa fatica ad
avanzare, ho il terrore di fermarmi, se si affonda un po’
non si riparte più, una bella emozione che non so se
considerare come totale incoscienza oppure follia senile.
Siamo fuori di 10 km in linea d’aria dalla strada dove
abbiamo smontato il cancello, se ci fermiamo chi torna a
casa? Mi vengono i brividi solo a scriverlo in questo
momento. Ma non è nemmeno iniziata la parte difficile.
Il fiume si
restringe e non poco e devo trovare la pista che abbiamo
perso, il GPS mi dice che tra 3 km dovremmo trovare
qualcosa ma di questo passo non li facciamo 3 km è troppo
difficile risalire il torrente.
Ad un tratto sulla destra vedo una
stradina, prendo la massima velocità possibile e mi ci
butto su, un paio di botte sul paracoppa, Claudio appeso
alla maniglia e siamo in una pista o almeno lo speriamo,
avanti ancora è stretto e tortuoso, con dei passaggi dove
la pioggia ha fatto sparire i livelli di decenza della
strada ma ormai dobbiamo trovare una soluzione, Miguel è a
12 km in linea d’aria a 265° mentre noi stiamo andando
verso 46° , nessun segno sulla mappa lo schermo verde mi
guarda tranquillo e la freccia sta girata tutta verso
sinistra dicendomi che dovrei andare di là.
Si sale tantissimo
è talmente ripido che vado su in seconda ridotta sperando
che la strada non finisca se no chi torna più giù a marcia
indietro? Non lo dico ma ho paura che da una curva
all’altra la strada finisca o diventi impraticabile, qui
basta una pioggia per cambiare il mondo.
Finalmente
arriviamo in cima e siamo talmente sudati che non
riusciamo nemmeno a goderci il bellissimo panorama, a
sinistra lontanissime le Dune di Niuhil, davanti a noi
l’immenso con montagne di tutte le qualità, dietro la
pianura sconfinata, la strada va avanti e noi con lei.
Sono passate due ore da quando siamo entrati e Miguel
dista 7 km., con un bel taglio potremmo arrivarci in
pochissimo però ci vorrebbe un elicottero. Entriamo in una
piccola gola, molto stretta, quasi non si passa e appena
entro la strada sparisce, siamo in un letto di un torrente
talmente stretto e con dei massi enormi dentro che non ho
idea di come farò a girarmi, oltretutto per andare dove?
La strada è finita!
Scendo aprendo la porta a malapena e
vado a vedere che opzioni ci sono.
Non è vero che la strada finisce,
sale da una parte della montagna che è indescrivibile,
avrei paura a salirci con la moto, e poi come faccio ad
imboccarla che non riesco più nemmeno ad aprire le
portiere… Per girarmi faccio fuori una fiancata, un gran
colpo e una strisciata, la povera Ranger si mette quasi su
un fianco, butto la retro e salgo su un’altra pietra,
riparto in seconda e butto giù tutto, facciamo qualche
salto in cui si riesce a malapena star seduti e mi butto
su per la salita, il motore ulula impietosamente, devo
passare e arrivare in cima, la strada manca sulla destra è
franata e devo buttarmi ancora di più sul piccolo costone,
se ruzzoliamo giù ci facciamo anche male e poi qui chi ci
trova più. Gli Dei Pehuenches sono con noi e arrivo in
cima, ma giuro è stato davvero un miracolo. Mi fermo un
attimo guardando dove son passato e non ho nemmeno l’idea
di fare una foto, anche se la Sony mi penzola al collo
come un pendolo. Tornare giù di là è impossibile andare
avanti come sarà? Lo scenario è ancora più preoccupante,
moltissima sabbia, stretto, non ci si può girare in nessun
modo… Fatichiamo molto a superare un km di strada ad
ogni momento sembra di insabbiarci, il motore urla
soffocando e non posso sgonfiare di più altrimenti buco in
qualche pietrone o nei terribili spini di un maledetto
cespuglio che buca anche le gomme da gara, è uno dei
nemici numero uno della Dakar, lungo circa dieci cm ha una
punta talmente dura e accuminata che perfora qualunque
cosa, i lati del sentiero ne sono pieni e dobbiamo
passarci sopra per non andare di sotto. Inizio a
chiedere perdono dei miei peccati, la strada è
impraticabile. Torno indietro con la retro e ci piantiamo
nella sabbia. Non ho molta pratica di sabbia, solo mi
tornano in testa i consigli che mi dava Tiziano e gli
altri piloti. Non tento assolutamente di uscire, sarebbe
mortale, sgonfio ancora e con la pala sposto tutta la
sabbia che impedisce di muovere, se riesco ad andare
indietro 5 metri poi prendo la rincorsa e salto su costi
quello che costi ce la devo fare. Sgonfio a 1,5 bar (da
3,5 che andrebbe di serie) salgo in cima al punto che devo
passare per vedere come sia dall’altra parte, è buono anzi
la strada migliora, mi rigenero, forse è l’ultimo strappo
da fare prima della vittoria.
Ritorno in
macchina che lascio sempre rigorosamente in moto, potrebbe
non ripartire più per qualunque malaugurata cazzata meglio
non rischiare, metto retro e lascio la frizione con una
delicatezza unica, si muove, schiaccio più forte e lei
salta indietro con impeto, butto la seconda al volo e giù
tutto, se qualcuno avesse visto la scena da fuori forse
avrebbe pensato ad una balena che esce dall’acqua, la
povera Ford si impenna, per un lungo istante vedo solo il
cielo e poi la sento ricadere pesantemente al suolo, siamo
passati. Claudio non parla da quando abbiamo smontato il
cancello, è pallido, paonazzo, blu verde rosso giallo, lo
guardo quasi a cantar vittoria lui non mi vede nemmeno, la
strada segue una linea elettrica, da qualche parte
sbucheremo il palo è il numero 76 e calcolando che sono
piantati a un centinaio di metri uno dall’altro tra 7/8 km
dovremo trovare qualcosa. Per trovare la strada che
va da Miguel dovremmo tagliare un Km e duecento a sinistra
ma non si passa e quindi andiamo avanti però ormai ci
siamo, infatti troviamo il cancello di uscita che
smontiamo con una gioia immensa, ormai siamo fuori dalla
peste, 20 km in linea d’aria fatti in poco più di quattro
ore. Giriamo a sinistra e andiamo verso casa di Miguel,
ormai qui la strada è buona. Praticamente Miguel
vive in una casa isolata, il paese Nihuil è a 20 km in
linea d’aria passando le dune dove perfino la Dakar ha
avuto paura di passare , il resto è tutto molto più
lontano.
Miguel è contentissimo di vederci,
domani ci porterà lui ad attraversare le dune, lui le
conosce come le sue tasche, alle sette prenderà il suo
cavallo e verrà vicino a al paese, ci diamo appuntamento
alle 10 poi ci faremo un asado da lui, nella sua casa
modestissima, dove vive con moglie e due figli, una
cinquantina di cavalli, pecore, capre cani e gatti. Si
lamenta Miguel, i puma gli mangiano i capretti e in questo
periodo di grande siccità arrivano vicinissimi alla casa,
non ha elettricità, ha una batteria che gli ha fornito il
governo con un pannello solare che gli accende una
lampadina da 12 volt. Il frigo va a gas e una bombola da
15 kg dura 18 giorni dopo di che deve andare al paese a
prenderne un’altra e tirarla con una specie di barella che
attacca al cavallo.
Domani ci aspetterà al solito posto e
l’emozione di passare per le dune è talmente alta che
fatico a prendere sonno….
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